Georges Rousse. L’uomo che dipinge la luce dentro le case destinate a sparire.

di Michael Abisi

C'è un artista francese che, prima di demolire un edificio, gli regala un ultimo miracolo: lo trasforma, per pochi minuti e da un unico punto di vista, in una forma geometrica di luce pura. Poi tutto torna polvere. Ma la fotografia, quella, resta per sempre.

Si chiama Georges Rousse, è nato a Parigi nel 1947, ed è al tempo stesso pittore, scultore e fotografo, anche se nessuna di queste etichette da sola gli rende davvero giustizia.
Il suo materiale preferito non è la tela né il marmo, ma lo spazio stesso. Cerca edifici abbandonati, fabbriche dismesse, ospedali in disuso, luoghi che la città ha deciso di dimenticare o sta per cancellare del tutto e li elegge a suo studio temporaneo.
In un’intervista si è definito una sorta di archeologo, interessato proprio a quell’architettura che ormai non interessa più a nessuno. Il paradosso è che proprio quei luoghi condannati diventano, nelle sue mani, l’occasione per qualcosa di inaspettatamente vivo.

Il suo metodo di lavoro è tanto paziente quanto sorprendente.
Rousse entra in questi ambienti fatiscenti e comincia a dipingere direttamente su pareti, scale, tubature, porte, superfici irregolari e piene di storia, usando colori decisi e forme geometriche essenziali: cerchi, quadrati, linee pure. Non lo fa in modo casuale. Ogni intervento è calcolato secondo le regole dell’anamorfosi, quella tecnica antica che permette a un’immagine distorta di ricomporsi perfettamente solo se osservata da un punto preciso nello spazio.
Muovetevi anche solo di qualche passo rispetto a quel punto e l’illusione si spezza e tornano a essere visibili tubi, crepe, macerie, il caos originario dell’edificio. Restate fermi esattamente lì, invece, e all’improvviso tutto si allinea in una forma pura che sembra fluttuare a mezz’aria, sospesa tra le rovine.

Solo a quel punto, dopo settimane di lavoro meticoloso, Rousse scatta la fotografia che diventerà l’opera vera e propria, l’unica testimonianza permanente di un intervento altrimenti destinato a scomparire insieme all’edificio che lo ospita.

È un’arte fatta apposta per essere fragile, quasi votata alla propria cancellazione. La pittura esiste solo per il tempo necessario a essere immortalata, poi la ruspa arriva puntuale e cancella tutto. Ma quell’immagine di geometria luminosa, fluttuante nel vuoto di uno spazio destinato a sparire, resta a testimoniare qualcosa che poche altre discipline riescono a raccontare con la stessa forza:

la possibilità di trovare ordine e bellezza pura anche nel luogo più dimenticato e compromesso.

C’è qualcosa di profondamente consolatorio in questo modo di lavorare, se ci si pensa bene. Rousse non nasconde il degrado dell’edificio, non lo restaura, non finge che non esista, ma ci dialoga e ne fa emergere una forma che prima non si vedeva, esattamente come uno scultore che libera una figura già presente nel blocco di marmo.
Le sue opere, esposte oggi in collezioni prestigiose in tutto il mondo, dal Centre Pompidou al Guggenheim di New York, non promettono mai la perfezione dell’edificio integro, ma piuttosto la possibilità di uno sguardo diverso su ciò che sembrava perduto.

Forse la lezione più preziosa che arriva da questo artista così particolare è proprio questa, ovvero che la bellezza non ha sempre bisogno di uno stato ideale delle cose per manifestarsi. A volte basta il punto di vista giusto, la pazienza di cercarlo, e anche il muro più scrostato di un edificio ormai condannato può, per un istante irripetibile, trasformarsi in pura luce sospesa nello spazio.

Grazie Georges!

Autore: Michael Abisi

Immagini © Georges Rousse